
Dal 7 al 23 febbraio 2026 la casa editrice Magonza presenta Mario Diotalevi. Ripetizioni e partiture presso
Palazzo del Podestà a Città di Castello, mostra dedicata al ciclo più recente di opere di Mario Diotalevi.
L’inaugurazione è prevista sabato 7 febbraio alle ore 11 presso Palazzo del Podestà a Città di Castello.
Pittore autodidatta, Mario Diotalevi ha sviluppato in oltre cinquant’anni di attività una ricerca personale e
appartata, legata alla città in cui è nato e ha sempre vissuto. Negli ultimi anni il suo lavoro si è orientato con
decisione verso la sperimentazione di materiali e procedimenti, fino a un lessico nuovo, capace di mettere in
tensione pittura e oggetto. I lavori presentati segnano con chiarezza una nuova stagione della ricerca di Diotalevi: un corpus di opere in
jesmonite, con interventi in acrilico, a confine fra pittura e bassorilievo. La superficie pittorica dei lavori
realizzati dall’artista fino agli anni Duemila, di matrice figurativo-surrealista, si trasforma in questa nuova fase in
un linguaggio astratto e sperimentale. È un rovesciamento del processo tradizionale: l’immagine non è più raggiunta
Palazzo del Podestà a Città di Castello, mostra dedicata al ciclo più recente di opere di Mario Diotalevi.
L’inaugurazione è prevista sabato 7 febbraio alle ore 11 presso Palazzo del Podestà a Città di Castello.
Pittore autodidatta, Mario Diotalevi ha sviluppato in oltre cinquant’anni di attività una ricerca personale e
appartata, legata alla città in cui è nato e ha sempre vissuto. Negli ultimi anni il suo lavoro si è orientato con
decisione verso la sperimentazione di materiali e procedimenti, fino a un lessico nuovo, capace di mettere in
tensione pittura e oggetto. I lavori presentati segnano con chiarezza una nuova stagione della ricerca di Diotalevi: un corpus di opere in
jesmonite, con interventi in acrilico, a confine fra pittura e bassorilievo. La superficie pittorica dei lavori
realizzati dall’artista fino agli anni Duemila, di matrice figurativo-surrealista, si trasforma in questa nuova fase in
un linguaggio astratto e sperimentale. È un rovesciamento del processo tradizionale: l’immagine non è più raggiunta
da Diotalevi come sovrapposizione e costruzione sulla superficie (tela o tavola) attraverso il gesto pittorico, ma come risultato
di un procedimento che interroga la materia stessa di cui l’opera si compone. Scrive Alessandro Sarteanesi: «Dopo aver trovato e
selezionato gli oggetti utili alla realizzazione del lavoro — attraverso una ricerca che presuppone la capacità di
“vedere al negativo”, di riconoscere nelle cose un potenziale formale latente — Diotalevi dapprima li ricopre di
colore e resine fino a ottenere una sorta di “mattonella” compatta e pesante, fatta di materia aggregata, poi, con la
sapienza di un artigiano, ne scava la superficie, insistendo su altezze e spessori diversi fino a farne affiorare il
disegno e la struttura interna. Lavora lentamente, quasi come un archeologo. Fa emergere per sottrazione un
tessuto nascosto, un “ritmo” sotterraneo e vibratile. Il procedimento può ricordare anche l’idea dell’intarsio, se
ne rovesciamo la logica. Nell’intarsio ligneo infatti si aggiungono tasselli per comporre un disegno che qui appare
conseguenza della rimozione, del “portare a vista” (per sottrazione) ciò che già preme e insiste nella materia».
È in questo campo inciso e stratificato che ripetizioni e partiture diventano la chiave di lettura: moduli, trame,
reticoli, screpolature e pattern del quotidiano si trasformano in ritmo e struttura, in un lessico che oscilla fra
densità fisica e leggerezza narrativa. In questo senso si innesta anche lo sguardo di Alberto Fiz: «Mario Diotalevi
ha la capacità di sublimare gli oggetti della nostra quotidianità rendendoli poetici, eccentrici e persino spensierati.
Ciò che appare banale, o passa inosservato di fronte al nostro sguardo distratto, torna in maniera subliminale a
sorprenderci. È il potere dell’arte che li distrae dal consumo e restituisce loro un’aura che sembrava ormai
consunta».
selezionato gli oggetti utili alla realizzazione del lavoro — attraverso una ricerca che presuppone la capacità di
“vedere al negativo”, di riconoscere nelle cose un potenziale formale latente — Diotalevi dapprima li ricopre di
colore e resine fino a ottenere una sorta di “mattonella” compatta e pesante, fatta di materia aggregata, poi, con la
sapienza di un artigiano, ne scava la superficie, insistendo su altezze e spessori diversi fino a farne affiorare il
disegno e la struttura interna. Lavora lentamente, quasi come un archeologo. Fa emergere per sottrazione un
tessuto nascosto, un “ritmo” sotterraneo e vibratile. Il procedimento può ricordare anche l’idea dell’intarsio, se
ne rovesciamo la logica. Nell’intarsio ligneo infatti si aggiungono tasselli per comporre un disegno che qui appare
conseguenza della rimozione, del “portare a vista” (per sottrazione) ciò che già preme e insiste nella materia».
È in questo campo inciso e stratificato che ripetizioni e partiture diventano la chiave di lettura: moduli, trame,
reticoli, screpolature e pattern del quotidiano si trasformano in ritmo e struttura, in un lessico che oscilla fra
densità fisica e leggerezza narrativa. In questo senso si innesta anche lo sguardo di Alberto Fiz: «Mario Diotalevi
ha la capacità di sublimare gli oggetti della nostra quotidianità rendendoli poetici, eccentrici e persino spensierati.
Ciò che appare banale, o passa inosservato di fronte al nostro sguardo distratto, torna in maniera subliminale a
sorprenderci. È il potere dell’arte che li distrae dal consumo e restituisce loro un’aura che sembrava ormai
consunta».
